giovedì 26 gennaio 2012,
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Primo romanzo della saga di Christopher Paolini, Eragon non conquista se non per l'entusiasmo che l'autore riesce a comunicare.
Quando Eragon trova una liscia pietra blu nella foresta, è convinto che gli sia toccata una grande fortuna: potrà venderla e nutrire la sua famiglia per tutto l'inverno. Ma la pietra in realtà è un uovo. Quando si schiude rivelando il suo straordinario contenuto, un cucciolo di drago, Eragon scopre che gli è toccato in sorte un'eredità antica come l'Impero. Forte di una spada magica e dei consigli di un vecchio cantastorie, dovrà cavarsela in un universo denso di magia, mistero e insidie, imparare a distinguere l'amico dal nemico, dimostrare di essere il degno erede dei Cavalieri dei Draghi.
Il libro è scritto da un ragazzino e lo si avverte in ogni sua componente: la trama è banale e prevedibile, linguaggio e descrizioni rispecchiano la poca maturità emotiva e stilistica dell'autore, i dialoghi spesso non si reggono in piedi a livello logico e vengono impropriamente usati per comunicare informazioni al lettore o suggerirgli direttamente cosa è bene che lui pensi, senza mai cercare di camuffare l'espediente in qualche modo.
Nulla di nuovo sotto il sole: cavalieri, draghi, elfi, nani, maghi e uomini contro il malvagio re dell'impero che si limita ad esistere solo per sentito dire poiché di fatto non compare mai né compie direttamente delle azioni, tanto da far supporre che non esista affatto.
I personaggi, protagonista compreso, non hanno alcuna profondità, non sono costruiti.
Dire che un personaggio prova un emozione o si trova in un particolare stato d'animo non equivale mai alla descrizione di quel personaggio mentre prova quell'emozione o si trova in quel dato stato d'animo; in questo modo non c'è partecipazione o immedesimazione da parte del lettore e nulla è credibile.
Eragon dovrebbe essere un rozzo contadino ignorante (anche se abbiamo fin da subito delle riserve sulle sue reali origini perché l'autore non ha abbastanza sale in zucca da tacere il fatto che "Eragon" sia il nome del primo elfo, oppure da far credere al suo personaggio di chiamarsi in un altro modo e rivelargli tutto a tempo debito), ma si comporta sempre in modo ineccepibile in qualsiasi occasione. Per Paolini "ignorante" è un semplice sinonimo di "analfabeta" e anche questo concetto ha delle limitazioni, invece di ottenere un raggio più ampio e interessante.
Il mentore di Eragon, Brom, non riesce a fingersi semplice vecchio cantastorie nemmeno per un minuto, spiattellando fin da subito una conoscienza che pare quanto mai sospetta.
Murtagh, compagno di viaggio saltato fuori dal nulla per mera convenienza, è un ragazzino bipolare che salta dalla rabbia all'apatia totale in pochissime pagine e di cui Eragon si fida senza battere ciglio nonostante le proteste di qualunque lettore pensante. Le rivelazioni su questo e altri personaggi sono insipide e scontate, tanto poco fa l'autore per tenerle nascoste grazie anche a dialoghi pessimi e mal gestiti.
L'unica nota positiva è appunto l'entusiasmo che si nasconde fra le righe di un romanzo scritto da un quindicenne, ma se la giovane età giustifica l'autore per le ovvie, palesi e prevedibili lacune dello stile e della forma, non permette al romanzo di elevarsi dal livello dei componimenti di carattere puramente amatoriale di qualsiasi coetaneo, ed evidenzia la fortuna di Paolini nell'avere dei genitori proprietari di una casa editrice.
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