lunedì 19 dicembre 2011,
Personalmente mi è piaciuto molto e mi ha sorpreso leggere critiche negative, assurde e immotivate, palesi dimostrazioni di come si possa arrivare a non capire un personaggio delineato a tinte forti o di quanto le persone ignorino come funzioni l'articolazione di una storia in generale o quanto non abbiano proprio capito in tubo.
Per leggere l'ultimo volume di una saga di sette libri come quella di Harry Potter, si deve tener presente che Harry Potter è letteratura per ragazzi e che ne I Doni della Morte la storia deve trovare un senso finale, una conclusione. Il libro è stato investito talmente tanto dalle aspettative che può aver deluso qualcuno, ma ho trovato che tutto avesse senso e coerenza.

Una delle critiche riguarda il fatto che nel 7° libro Harry Potter non torni ad Hogwarts, elemento fondamentale nei volumi precedenti.
Harry Potter deve cercare gli Horcrux e distruggerli. Come avrebbe fatto a compiere tale impresa rimanendo comodamente a scuola, considerando che si trova sotto il controllo dello stesso Voldemort tramite i suoi Mangiamorte? Tanto valeva consegnarsi direttamente a Riddle nel primo capitolo.
Chiunque abbia mai letto una favola, sa bene che l'eroe di turno ad un certo punto si allontana dal luogo in cui comincia il racconto ed è proprio in questo altro luogo che impara qualcosa che gli sarà utile per superare l'ostacolo e poter finalmente tornare a casetta felice e contento.
Harry Potter fa esattamente questo.

Un'altra critica riguarda Voldemort. Come fa un mago così potente a non essere a conoscenza del legame d'amore che unisce Ron ed Hermione, Harry e Ginny, Piton e Lily, e a non capire che Hermione ha stregato la propria famiglia per salvarla?
E io mi chiedo: come fa la gente a non aver capito che a Voldemort di tutto questo non importa? Tom Riddle non crede nell'amore, nel sentimento, nell'amicizia; è un aspetto che per lui non esiste, vale meno di zero, come i Babbani, i Nati Babbani e i Mezzosangue. La Rowling non fa altro che ripeterlo. Ciò che gli importa è il potere, è così sicuro del proprio potere, così legato ad esso, che non si accorge nemmeno che frammenti della sua anima sono andati distrutti, che le sue difese stanno cadendo. Cosa volete che gli importi di Hermione? Nella sua ottica la strega è nulla, un insetto piccolo e nemmeno fastidioso.

Lamentele si riversano anche sullo scontro finale fra Harry e Voldemort.
Beh, certo mamma Rowling poteva sprecarsi un po' di più nella descrizione, ma quello che ha fatto ha perfettamente senso.
Quello che forse non salta subito all'occhio è che Harry riesce a sconfiggere Voldemort non perché più bravo o abile, ma perché esercita ad un livello differente.
Tom Riddle è soltanto un mago, per quanto bravo e potente, è pur sempre e solo un uomo mortale una volta distrutti i suoi Horcrux. Le magie che compie sono di alto livello, ma non vuol dire che le sappia fare solo lui (anche Piton svolazza, per fare un esempio).
L'errore di Voldemort è di cercare sempre e solo potere, la conoscenza è volta al fare e non al comprendere. Riddle è talmente sicuro di questo che ha smesso da tempo di agire sul piano del sapere, limitandosi a quello del potere (del fare).
Anche quando Harry gli rivela alcuni particolari prima dello scontro, lui continua a credere che questa conoscenza non sia affatto importante alla luce dei fatti (non ha capito infatti come la bacchetta di sambuco passi di mano in mano).
Harry Potter invece agisce sul piano del sapere che comporterà un saper fare. Conoscere significa capire e di conseguenza esercitare un controllo sul fare.
E' per questo che Harry riesce a sconfiggerlo.
La cosa forse più toccante e importante, è che Harry debba accettare di morire, debba essere pronto a sacrificarsi per gli altri, a rinunciare alla sua vita per poter portare a termine il suo compito. Harry quindi comprende la storia di Silente, il meccanismo dei Doni e introduce il tema della sofferenza e del perdono.
Non mi soffermo oltre sulla semiotica perché ci vorrebbe troppo tempo e sarei noiosa, ma vi basti sapere che Harry convoglia in sé le modalità di volere, sapere e potere; nessun altro personaggio riesce a farlo e può farlo a parte lui. Harry deve, ma vuole e può, anche.

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