giovedì 22 dicembre 2011, 2 comments
Siccome mi è già capitato in passato di sbagliare nel giudicare qualcosa che non conoscevo, ho deciso tempo fa di acquistare Twilight dopo aver letto e sentito opinioni in genere largamente positive. Conoscendo vagamente la trama, ignorando che il vagamente stava per interamente, ho cominciato a leggere con curiosità, finendo il romanzo con l'insana voglia di andare dalla Meyer a farmi ridare i soldi e il tempo spesi, magari in compagnia di una piccozza e un paio di amici miei.
Questa donna, che chiamerò per pura cortesia autrice, si è volgarmente servita di stereotipi e di cliché letterari come scarni ingredienti di una ricetta il cui solo odore non può che nauseare il lettore attento e critico. Ho letto fanfiction scritte meglio e questo dovrebbe bastare a farvi capire l'idea che ho di Twilight, sia del libro sia del film visto che sono identici.
Non riesco a capire quindi come persone dotate di cervello possano impazzire per questa favoletta da quattro soldi che si serve dell'idea del "bello e (im)possibile" per irretire giovani menti plasmabili fino alla deficienza, per ammaliare la mente, stregare i sensi e imbottigliare così la fama e la gloria (Severus Piton docet). Non è né originale né intelligente, i fatti determinanti sono costruiti sul nulla o su prese di posizione o sull'ignoranza. Non è nemmeno romantica, come molti decantano incomprensibilmente... come può esserlo una cosa tanto stupida?

Riassumiamo in breve la trama: lei si innamora di lui. Fine. Bene, ora facciamo una pausa perché tutte queste informazioni potrebbero darci alla testa. Dopo una ricerca affannosa e infruttuosa sul vocabolario dei sinonimi da parte dell'autrice per trovare alternative al termine bellissimo, ella si accorge che ogni favola non è tale senza un cattivone che turbi la serenità generale. Ad una manciata irrisoria di capitoli dalla fine decide quindi di piazzare come ciliegina su una torta stantia il malvagio-senza-ragione di turno, capitato lì per puro caso nel suo eterno vagabondare.
La nostra lei si chiama Bella con l'unico scopo di farci girare per questo i coglioni fino allo sfinimento. È la protagonista, purtroppo solo di nome e non di fatto. Un paio di capitoli dall'inizio e si è spenta in automatico per risparmio energia limitandosi a respirare e a guardare in adorazione l'oggetto del suo cosiddetto amore più o meno per tutto il resto del racconto risvegliandosi solo verso la fine e deliziandoci con la banale stupidità delle sue prevedibili azioni. Rimane in vita al solo scopo di morire per diventare una vampira e stare così per l'eternità a fissare adorante il suo lui senza nemmeno più la preoccupazione di immettere ossigeno nel suo organismo. Sfinita dal fare queste due cose contemporaneamente, non dà alcuna spiegazione del suo stato di innamoramento o di semplice catalessi, limitandosi a ripetere come un disco incantato che il suo amore è bello e tanto basta per dire-fare-baciare in funzione di lui.
Lui, Edward, è un vampiro vegetariano. Il che, facendoci ridere alquanto, non vuol dire che sgranocchia carotine come una modella anoressica, ma semplicemente che beve il sangue degli animali anziché quello degli esseri umani, riuscendo così, con tutta l'allegra famigliola di non-morti, in un'impresa in cui perfino il buon Louis della Rice aveva fallito miseramente. Egli è più vivo della sua dolce ed inutile metà, tanto che vuole andare in giro, portarla al ballo, eccetera, cercando di scuoterla dalla sua apatia alla vita, tipica dei mortali, distogliendola così dal proposito di fargli assaggiare la sua giugulare. La difenderà a spada tratta quando il cattivone cercherà di papparsela escogitando un trucco di un'ovvietà paurosa perché non aveva abbastanza voglia di rapire la madre di lei per davvero, madre che oltretutto Bella snobba senza problemi da pagina due, mentendole, ignorandola o semplicemente evitando di pensarci, che tra le altre poche cose che fa, forse è quella che le riesce meglio. Il perché rischi la vita per una persona che conta evidentemente così poco è ancora un mistero irrisolto... ma non pensiamoci più, si chiama mamma e a lei questo basta, non vogliamo certo che il suo cervellino lavori troppo, fra la preoccupazione di inspirare ed espirare e pensare a quanto Edward sia un bel tocco di manzo, anche se trapassato. Bella cade nella trappola come un'allocca, o come un bambino di cinque anni che crede che nel suo armadio ci sia l'uomo nero. Edward arriva, salva capra e cavoli e tutti tornano a casa felici.
Note dolenti per un intreccio narrativo inesistente a parte, c'è da dire che l'autrice, non paga di essersi presa ogni libertà dalla lingua scritta, non si ferma qui e rivisita ogni possibile dettaglio che ha fatto di un vampiro un vero vampiro da che letteratura fu. Le sue piccole creature ciuccia-sangue oltre a resistere senza troppi problemi a quello umano, tanto che il padre vampiro adottivo di Edward è niente popò di meno che un dottore, non soffrono in alcun modo i raggi del sole, infatti brillano come lampadine se esposti alla luce solare. Giorno e notte sono indifferenti quindi per loro, complice una città sperduta in cui, ma tu guarda, il sole non fa mai capolino dalla spessa e provvidenziale coltre di nuvole oscure. Se questo non può fermarli figuratevi crocefissi e collane d'aglio quanto possono fare. I vampiri sono belli, bravi, forti e gagliardi e solo uno squartatore pazzo può avere ragione di loro facendoli a brandelli, bruciandone i resti e preferibilmente ballandoci su la macarena.
Gli altri personaggi fungono da tappezzeria e non hanno alcuno spessore. Il padre di Bella è solo la scusa per cui lei si trasferisca nella città coperta perennemente dalle nuvole, per il resto è ignorato dal lettore e dalla ragazza tanto da farci sospettare che sia morto in piedi già da qualche capitolo quando lei prende baracca e burattini e scappa di casa inseguita dal cattivo. I fratelli di Edward sono una barzelletta incestuosa, dotati di particolari poteri diversi come esper di manga giapponesi e guarda caso proprio di quelli che servono all'occasione per trascinare così Bella nelle grinfie del malvagio e fare in modo che venga poi salvata dal prestante Edward.
Tutto il resto è ombra, così come l'innamoramento dei due. Bella è innamorata perché lui è bello e basta e non fa nemmeno una piega quando lui ammette finalmente di essere un vampiro (nessuno prima di Bella ci era arrivato considerando normale il pallore il non nutrirsi ed essere stranamente assente nelle giornate di sole), d’altronde il pensiero della sua bellezza non dà spazio ad alcun altro ragionamento. Edward di lei perché... beh, forse perché puzza, dato che secondo lui la ragazza ha un odore diverso dagli altri, e perché non riesce a leggere nella sua mente come in quella degli altri esseri umani, cosa ovviamente impossibile visto che ella non pensa nulla. Ingannato da questi elementi indiziari, il povero vampirotto innamorato la sorveglia e la protegge costantemente come un cane di razza perfettamente addestrato facendo così credere al pubblico di giovani lettrici in adorazione che questo comportamento non sia identificabile come persecuzione o molestia nelle persone reali. Chi non sogna di vivere con la costante paura di essere perseguitata e poi uccisa dal proprio fidanzato per condividere con lui tutta l'eternità?

Il film annoia forse più del libro dato che se la Meyer è riuscita a riempire metà delle pagine di "ma quanto è bello Edward", lo stesso non si poteva fare in pellicola... o forse no? I due poveri attori si guardano per ore senza fine (Robert Pattinson non se lo filava nessuno in Harry Potter, adesso gli hanno disegnato un paio d’occhiaie e caso strano è per tutte un figo intergalattico) e crediamo quindi che la slow-motion riesca a riempire i vuoti lasciati dalla sceneggiatura che di solito si trova a fronteggiare il problema inverso. Non accadendo niente di entusiasmante il tutto cade nella noia abissale, comprese le scene che dovrebbero essere d'azione per cui nemmeno la doppia velocità ha potuto fare nulla.
Forse dovremmo commuoverci per la travolgente storia d'amore nata da quando... da quando loro... da quando? Dubbi amletici affollano la nostra mente, mentre ci chiediamo come faccia una casa di vampiri ad essere così luminosa e perché sia piena di specchi che non potranno assolvere al loro compito, ci domandiamo anche da quale sfintere l'autrice abbia partorito l'idea che i vampiri siano velenosi, anche se, in effetti, l'orticaria ci è venuta...

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mercoledì 21 dicembre 2011, 0 comments
Recensione di Fabio93 e SimmyLu.
Guardare il seguito di un film senza aver visionato il primo episodio non è forse la cosa più furba da fare e non credo lo sia nemmeno perdere i primi quattordici minuti della stessa per un'ottima comprensione della trama. Questo però non impedisce comunque di godere della pellicola grazie ai continui e multipli riferimenti ad altri fantasy, quali Harry Potter e Il Signore degli Anelli, per far fronte alle suddette lacune.
Il principe Caspian esiliato dal proprio regno poiché incompetente in qualsiasi mansione (infatti per tutta la durata del film risulta incomprensibile la sua presenza) si ritrova protagonista di una trama che non lo vuole come tale ed effettua una corno-chiamata a carico e danno degli sfortunati e presunti sovrani del passato. I quattro veri protagonisti giungono a Narnia con l'evidente intento di farsi rimborsare il danaro speso. Questa però è una vile scusa che permette a Caspian e al Biondone Peter detto il Magnifico di ingaggiare battaglia per fregiarsi del titolo di Più Figo Del Reame. Questo primo scontro finisce per le leggi della suspance in parità, ma successivamente una scena con effetto rallenty rivelerà nel Biondone l'essenza mistica del Vero Figo. Tornando alla trama... gli abitanti di Narnia decidono di servirsi del principe convinti che il suo governo riporterà la libertà tanto agognata. I quattro protagonisti decidono quindi di guidare la rivolta ed ottenere così il dovuto risarcimento per la chiamata. Nel frattempo la più piccola dei nostri eroi comincia vedere cose che altri non possono; si scoprirà in seguito del'esistenza di una non poco sospetta fiaschetta di whisky con la quale ella si procura visioni di leoni ed alberi danzanti che si fanno più realistiche man mano che altri entrano in contatto con il magico ed alcolico contenuto. Al fine di sottrarre Hogwarts dalle grinfie del ricco e malvagio zio di Caspian, i nostri protagonisti fanno uso degli ippogrifi rubati ad Hagrid per dirigersi in volo al castello. Una volta sul posto Caspian non riesce ad eliminare il parente usurpatore e tenta di lenire alla propria inutilità salvando il suo barbuto precettore, ma per uno sfortunato equivoco egli tornerà a Narnia con la carcassa insepolta di Silente (tanto di precettore sempre si tratta) lasciata alle intemperie dal sesto film di Harry Potter. Intanto che il Magnifico Biondone mena fendenti, Caspian non riesce in nessuno dei suoi intenti tranne che nella fuga e i nostri eroi si rifugiano in alcune rovine sotterranee sovrastate da un perfetto quadrato di prato all'inglese curato da schiere di giardinieri convinti che nessuno avrà mai l'ardire di calpestare siffatta perfezione. Illusi.
Lo zio di Caspian si prepara al contrattacco agitando l'abbondante mantello sotto cui si cela senza ombra di dubbio il grosso Armadio Svanitore di Draco Malfoy; infatti sono pronte per lui frotte di Mangiamorte, canarini bianchi e neri e torsoli di mela.
Eliminata una strega per passare il tempo, gli eserciti si radunano e, per evitare un sicuro massacro, Piter il Magnifico Più Figo del Reame si fa carico di una vendetta non sua e sfida a singolar tenzone lo zio di Caspian che si sta intanto dedicando al salvataggio di belle fanciulle che pare siano in grado di uccidere lanciando frecce con le mani.
Mentre il Biondone se le prende e le dà di santa ragione... che fine avrà fatto questo leone? Il re della foresta si trova appunto nella foresta; l'alcolico felino decide di manifestarsi al cospetto della bambina che lo convince a portare in guerra gli Ent (gli alberi danzanti desistono dalla lotta allorquando capiscono che non ci sono dighe da demolire e scompaiono nel nulla).
Il Biondone intanto, fedele all'appellativo di Magnifico, ha ridotto in ginocchio il malvagio zio e lascia al principe l'onore di concludere la battaglia che non si è dato la pena di combattere. Anche in questo caso però Caspian fallisce nei suoi propositi così che, per disperazione, è lo stesso zio ad essere stroncato da un infarto scatenato da una freccia nel cuore.
Ovviamente guerra e sconfitta dei cattivi che indietreggiano verso il fiume, ma ad attenderli c'è il leone che con un rutto al doppio malto evoca Gandalf dalle acque il quale si pappa quel che rimane dello sfortunato esercito.
Ottenuta la benedizione del leone, Caspian marcia su Hogwarts per festeggiare il suo dominio sulla Terra di Mezzo. I nostri quattro protagonisti concludono il loro viaggio e vengono finalmente esiliati da Minas Tirith nella quale non torneranno mai più... maaai più.
Ma qualcuno ha dimenticato una torcia... e nessuno ha ancora rimborsato la chiamata.

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martedì 20 dicembre 2011, 0 comments

Uscita dal cinema dopo aver visto Harry Potter e il Principe Mezzosangue la delusione per il finale bruciato è stata abbastanza evidente poiché è altrettanto evidente che a questa pellicola è capitato qualcosa di veramente brutto. Non so nemmeno da dove cominciare. Tralascio la trama che spero tutti ormai conosciate e vi descrivo subito i punti che sono stati modificati in maniera non del tutto accurata.
Ginny. Vi prego basta. Abbiamo capito che c'è l'inciucio, non c'è bisogno che ce la proponiate più del dovuto. È onnipresente anche quanto in originale non lo è. Vedasi la scena in cui Harry nasconde il libro del principe nella Stanza delle Necessità. Dopo il duello con Malfoy (questo reso invece discretamente) è Piton a capire da dove Potter abbia tratto l'incantesimo che ha quasi ucciso Draco e a chiedere al ragazzo di portargli i suoi libri per verificarlo. Per questo motivo Harry è costretto all'azione di cui sopra... non perché glielo comanda Ginny nel ruolo di donna forte e adulta.
E la scena delle scarpe? Lei che si china a legargli le scarpe... Aiuto.
L'armadio. Nonostante la mia vicina di posto fosse ancora convinta che in esso fosse nascosto un mostro che gradisse le mele, i canarini bianchi ma non quelli neri, se ne è parlato anche troppo. Il meccanismo era semplice da capire fin dalla prima occasione, e specialmente quando papà Weasley ci spiega come funziona (fosse mai che ci sia rimasto qualche dubbio). Ogni volta Draco deve tirar giù un telo con grande maestria per farcelo vedere, ogni volta arriva la musichetta a sottolineare il momento topico e intanto si perde tempo. Tempo prezioso.
Infatti uno dei difetti maggiori è la lentezza esasperante a cui si muove la storia.
Ci sono un sacco di momenti divertenti che non faticano a farci ridere, ma ne avremmo sacrificato volentieri qualcuno per avere un finale migliore.
Pare infatti che il film abbia subito dei tagli perché molte scene non sono troppo ben legate fra loro e dei pezzi paiono essere stati messi stile patchwork.
Il finale è la parte peggiore. Tanto per cominciare bisogna citare l'errore voluto per sveltire la trama, ovvero il fatto che si permetta a Silente di materializzarsi entro i confini del castello.
"Essere me ha i suoi vantaggi" dice il vecchiaccio. Eh, no caro mio. Essere te un piffero. Nessuno può, altrimenti quanto pensi che ci metterebbe il superpotentissimo Voldemort a fare altrettanto se ci riesci tu che hai già un piede (e una mano) nella fossa? Nel romanzo infatti Harry e Albus arrivano fino ad Hogsmeade per compiere questa operazione e Potter è costretto a richiamare la sua scopa per fare il viaggio di ritorno perché il preside non si regge in piedi. A quel punto, per difenderlo, Silente lo copre con il mantello dell'invisibilità (che avevano portato per farlo uscire in precedenza da Hogwarts) e lo immobilizza, così Harry è costretto ad assistere al suo assassinio senza poter far nulla. Nel film Harry si nasconde nel piano inferiore della torre e sta lì a guardare senza muovere un dito con tanto di Piton che passa di lì e gli suggerisce di far silenzio. Harry non se ne sarebbe mai stato con le mani in mano lasciando il vecchiaccio da solo contro i Mangiamorte.
Fuga. Harry rincorre Piton e compagnia e il dimenticato neo prof di Difesa gli rivela di essere il Principe con Harry che gli dà del codardo. Ricordate nel libro la reazione un tantino incazzata di Severus? Ecco, nulla di tutto questo avviene. Che brutto.
Intanto la casa di Hagrid brucia... con Hagrid dentro si presume, senza che nessuno faccia nulla.
Niente funerale, niente scena strappalacrime, ma ovviamente ancora Ginny.
Ci siamo dimenticati completamente della Cooman che, alticcia, cofessa ad Harry che è stato proprio Piton a rivelare al Signore Oscuro la profezia... cosa che porta poi ad altre cose che bla bla bla....
Insomma, finale insipido e poco commovente.
Si poteva fare di meglio.

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lunedì 19 dicembre 2011, 0 comments
Personalmente mi è piaciuto molto e mi ha sorpreso leggere critiche negative, assurde e immotivate, palesi dimostrazioni di come si possa arrivare a non capire un personaggio delineato a tinte forti o di quanto le persone ignorino come funzioni l'articolazione di una storia in generale o quanto non abbiano proprio capito in tubo.
Per leggere l'ultimo volume di una saga di sette libri come quella di Harry Potter, si deve tener presente che Harry Potter è letteratura per ragazzi e che ne I Doni della Morte la storia deve trovare un senso finale, una conclusione. Il libro è stato investito talmente tanto dalle aspettative che può aver deluso qualcuno, ma ho trovato che tutto avesse senso e coerenza.

Una delle critiche riguarda il fatto che nel 7° libro Harry Potter non torni ad Hogwarts, elemento fondamentale nei volumi precedenti.
Harry Potter deve cercare gli Horcrux e distruggerli. Come avrebbe fatto a compiere tale impresa rimanendo comodamente a scuola, considerando che si trova sotto il controllo dello stesso Voldemort tramite i suoi Mangiamorte? Tanto valeva consegnarsi direttamente a Riddle nel primo capitolo.
Chiunque abbia mai letto una favola, sa bene che l'eroe di turno ad un certo punto si allontana dal luogo in cui comincia il racconto ed è proprio in questo altro luogo che impara qualcosa che gli sarà utile per superare l'ostacolo e poter finalmente tornare a casetta felice e contento.
Harry Potter fa esattamente questo.

Un'altra critica riguarda Voldemort. Come fa un mago così potente a non essere a conoscenza del legame d'amore che unisce Ron ed Hermione, Harry e Ginny, Piton e Lily, e a non capire che Hermione ha stregato la propria famiglia per salvarla?
E io mi chiedo: come fa la gente a non aver capito che a Voldemort di tutto questo non importa? Tom Riddle non crede nell'amore, nel sentimento, nell'amicizia; è un aspetto che per lui non esiste, vale meno di zero, come i Babbani, i Nati Babbani e i Mezzosangue. La Rowling non fa altro che ripeterlo. Ciò che gli importa è il potere, è così sicuro del proprio potere, così legato ad esso, che non si accorge nemmeno che frammenti della sua anima sono andati distrutti, che le sue difese stanno cadendo. Cosa volete che gli importi di Hermione? Nella sua ottica la strega è nulla, un insetto piccolo e nemmeno fastidioso.

Lamentele si riversano anche sullo scontro finale fra Harry e Voldemort.
Beh, certo mamma Rowling poteva sprecarsi un po' di più nella descrizione, ma quello che ha fatto ha perfettamente senso.
Quello che forse non salta subito all'occhio è che Harry riesce a sconfiggere Voldemort non perché più bravo o abile, ma perché esercita ad un livello differente.
Tom Riddle è soltanto un mago, per quanto bravo e potente, è pur sempre e solo un uomo mortale una volta distrutti i suoi Horcrux. Le magie che compie sono di alto livello, ma non vuol dire che le sappia fare solo lui (anche Piton svolazza, per fare un esempio).
L'errore di Voldemort è di cercare sempre e solo potere, la conoscenza è volta al fare e non al comprendere. Riddle è talmente sicuro di questo che ha smesso da tempo di agire sul piano del sapere, limitandosi a quello del potere (del fare).
Anche quando Harry gli rivela alcuni particolari prima dello scontro, lui continua a credere che questa conoscenza non sia affatto importante alla luce dei fatti (non ha capito infatti come la bacchetta di sambuco passi di mano in mano).
Harry Potter invece agisce sul piano del sapere che comporterà un saper fare. Conoscere significa capire e di conseguenza esercitare un controllo sul fare.
E' per questo che Harry riesce a sconfiggerlo.
La cosa forse più toccante e importante, è che Harry debba accettare di morire, debba essere pronto a sacrificarsi per gli altri, a rinunciare alla sua vita per poter portare a termine il suo compito. Harry quindi comprende la storia di Silente, il meccanismo dei Doni e introduce il tema della sofferenza e del perdono.
Non mi soffermo oltre sulla semiotica perché ci vorrebbe troppo tempo e sarei noiosa, ma vi basti sapere che Harry convoglia in sé le modalità di volere, sapere e potere; nessun altro personaggio riesce a farlo e può farlo a parte lui. Harry deve, ma vuole e può, anche.

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domenica 18 dicembre 2011, 0 comments

Non leggetelo. È oltremodo deludente.
Premetto che io e i fantasy non andiamo molto d'accordo perché molti di coloro i quali scrivono fantasy non lo sanno fare.
L'autrice viaggia parallela alle descrizioni, proprio non si sforza. Si perde per quindci righe ad elencarmi tutte le pietanze di un banchetto (e non una volta sola!) ma non è in grado di descrivere alcunché, ad esempio, come sia fatto un tempio di un dio.
Non riesce a gestire lo spazio, figuratevi tempo e ritmo della narrazione, proprio non c'è rimedio. Un personaggio centrale per la storia muore, la cosa si risolve in una paginetta scarsa e nel capitolo successivo la protagonista ha già dimenticato tutto e se le viene in mente di commuoversi, le sue sembrano lacrime di coccodrillo. La protagonista è vuota, oltre che dissoluta per esigenze di copione: ogni cosa che fa è perfetta, non fallisce mai, capisce sempre tutto, ci fosse una volta che sbagli! Insostenibile.
Il romanzo è disseminato di frasi ad effetto inutili e ridondanti ("Lo amai, per questo." o "Si mostrò misercordioso. Lo fu." o "Mi guardò, poi tornò a guardarmi." o "Alcuni forse affermano il contrario. Ma io ho visto. Io c'ero e le cose andarono così").
Quasi tutto è scopiazzato dalla religione, dal mito e dalla storia. Aperta la prima pagina c'è una cartina, come ne Il Signore degli Anelli... ma è uguale alla cartina dell'Europa. Cambiano solo i nomi e a volte nemmeno quelli. Inoltre ci sono ben cinque pagine con un elenco dettagliato di nomi di tutte le famiglie, le dinastile e via di seguito... cosa che detesto perché nel romanzo l'autrice ti spiega tutto si e no in due pagine, la testa ti va nel pallone e di tutto quello che viene spiegato non si riesce a tenere in mente che una piccola parte.
Aiuto.

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sabato 17 dicembre 2011, 1 comments

Io l'ho trovato affascinante!
Primo di una trologia (La leggenda di Otori, Il viaggio di Takeo, L'ultima luna), questo romanzo è veramente ben scritto. Avventura, guerre, intrighi ed amore all'epoca del Giappone feudale.
La trama è intrigante e, nonostante faccia parte di una saga, non lascia l'amaro in bocca sul finale. Delicato, mai volgare; sicuro, netto ed inebriante a seconda dei casi. Le descrizioni dei paesaggi mi hanno coinvolta come raramente accade.
Singolare lo stile che mantiene il narratore: in prima persona nei capitoli dedicati a Takeo, il protagonista, e in terza persona nei capitoli in cui la protagonista è Kaede, alternando i capitoli e lo stile fino a quando i due si incontrano.
Takeo sembra nascondere un lato oscuro, quando l'istinto gioca di forza sulla ragione, mentre Kaede può poco nel ruolo di donna di quell'epoca, ma non per questo è meno importante, anzi, in conclusione sorprende il lettore.
Tutto bene fino a quando, nelle ultime pagine, l'amore nato fra Takeo e Kaede viene descritto con toni epici un po' altisonanti, senza tralasciare il contesto. Però che i due consumino il loro amore nel castello assediato mentre le guardie li cercano e un cadavere ciace stecchito sul letto, proprio non mi è piaciuto!
Pazienza, non si può avere tutto.

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venerdì 16 dicembre 2011, 0 comments

Questo romanzo è il primo di una serie che narra le vicissitudini di Anita Blake, Risvegliante e ammazza vampiri. Scritto nel 2003, è l'opera prima della Hamilton. Nel frattempo l'autrice avrà imparato a scrivere? Ho fatto fatica a seguire lo svolgimento delle azioni, troppo veloci e poco chiare. La Hamilton è sicuramente votata all'azione più di qualsiasi altra cosa, tanto da far risultare tutto il resto un mero contorno degno di essere appena nominato.
Il ritmo della narrazione è troppo rapido.
Le frasi sono a volte così taglienti da risultare noiose e ripetitive. Le descrizioni si soffermano su particolari che, a mio avviso, sono di poca importanza. Che senso ha descrivere le piante che adornano l'ufficio fino a risalire al nome latino e non dire quasi nulla della protagonista o degli altri personaggi principali, soprattutto quelli soprannaturali?
Il linguaggio è scarno, privo anche solo di sinonimi o di metafore.
I luoghi e l'ambientazione non sono descritti o giustificati, non sono spiegati in alcun modo.
La protagonista, Anita, non ha background. Sappiamo pochissimo del suo passato e del suo presente.
Ad ogni personaggio vengono dedicate solo un paio di frasi di introduzione, anche se si tratta di vampiri, i co-protagonisti di tutta la vicenda. Di loro non si sa molto, a parte che mordono, succhiano il sangue, hanno poteri psichici e sono più forti più antichi e vecchi sono. Nulla di nuovo.
Gli unici personaggi con un minimo di potenziale sono Jean-Claude, che compare ben poco e di cui non si sa nulla di particolare, e Philip, il quale ha un backgound interessante, ma viene ucciso prima ancora che ci si possa veramente affezionare a lui.

Anita lotta contro il tempo e la Master, capo dei vampiri della sua città che ha minacciato di morte la sua amica Chatrine della quale, ancora una volta, non sappiamo nulla. Insomma, c'è una perfetta sconosciuta da salvare e un assassino dei vampiri da trovare sotto la minaccia della potentissima Master. Tutti gli indizi raccolti fino ai capitoli finali si rivelano inutili, perchè tutto si risolve con un lampo di intuizione dell'ultimo minuto della protagonista. Quindi siamo stati in ballo a leggere pagine e pagine senza che servissero a qualcosa. E va bene. Sparatorie, sangue a palate, cinismo spicciolo e armi da taglio e da fuoco, mi hanno fatto sentire come in uno di quei film in cui i nemici spuntano come funghi e qualcuno tenta di ucciderti fra un pasto e l'altro senza che tu abbia inquadrato bene la situazione.
Ultimi capitoli: scontro diretto fra la Master Nicolaos e Anita. Beh, potevate dirlo che bastava uccidere un vampiro di più di mille anni con qualche colpo di spada volto a tranciargli la testa. Tutti i mega, super, ultra poteri della suddetta Nicolaos devono essere improvvisamente svaniti nel nulla. O forse, il potere conferito ad Anita da Jean-Claude (vorrei sapere che diavolo siano questi riti dei vampiri, ma non è dato sapere nemmeno questo) l'ha protetta dal potere centenario della Master? Eppure Jean-Claude è molto meno potente di Nicolaos... Boh! In questo groviglio di eventi, non c'è spazio per i sentimenti, a parte qualche lacrima di coccodrillo in conclusione, che per altro rende ancora più antipatica ai miei occhi la protagonista: "Sono la Sterminatrice, e io, coi vampiri, non ci esco. Io li ammazzo."
Poco coinvolgente, alla fine nulla è più spaventoso dei pinguini di peluche con i quali dorme Anita. Un triller horror dovrebbe spaventarmi. Dovrebbe farmi provare delle emozioni. Insomma, qui manca qualcosa, o forse manca tutto.

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