lunedì 9 gennaio 2012,
Mangia prega ama diretto da Ryan Murphy (regista di Nip/Tuck, Glee), basato sul romanzo autobiografico di Elizabeth Gilbert "Mangia, prega, ama - Una donna cerca la felicità" (Rizzoli).
Protagonista del film, nel ruolo di Elizabeth Gilbert, è Julia Roberts, affiancata da Javier Bardem (da non confondere con l'americano Jeffrey Dean Morgan, anche se è difficile alquanto), James Franco, Billy Crudup e Richard Jenkins.
Godiamoci il trailer.
Ok, già dai primi 17 secondi avrei dovuto capire, se non tutto, almeno una buona parte del film, o almeno del genere. La solita commedia romantica con Julia Roberts. Il resto del trailer mi spiega tutto il resto del film, ma proprio tutto. E se non l'avessimo ancora capito, i primi minuti del film ce lo ribadiscono ancora una volta. Insomma tempo 10 minuti e sappiamo non solo cosa accadrà per tutta la durata della pellicola ma addirittura come e quale sarà il finale. Ora me ne posso pure andare, grazie.
E va bene, dopotutto è la solita commedia romantica con Julia Roberts, non un trattato di filosofia, prendiamola per quello che è e godiamoci due ore di...
No, non si può, abbiate pietà. Questo film è banale, mediocre, è talmente stupido melenso e... banale, tanto banale e vuoto che va oltre il concetto di banalità stesso. Come se non bastasse è pieno di luoghi comuni, di stereotipi.
Partiamo dall'inizio.
Elizabeth è una newyorkese bella, sposata, di successo, ma non è felice. Così, come detto dallo sciamano Ketut a Bali, iniziano a susseguirsi tutta una serie di fatti che la porteranno a viaggiare per tornare infine in Indonesia e incontrare ancora Ketut. Elizabeth divorzia, perde i suoi soldi, cerca un po' di vita in un altra relazione passeggera e poi parte. Dove va? A Roma. Perché? Per mangiare. Eh? Per mangiare. Ah, già, il film si intitola "Mangia prega ama". Via col primo verbo e abbuffiamoci!
Abbiamo faticato per superare i vari traumi del naufragio della relazione matrimoniale con il gusto amaro e fastidioso della lentezza, innaffiata dei più banali fra gli stereotipi degli sposalizi volti al termine, siamo dunque pronti per... mangiare.
Ora, io non so quanto il film sia fedele al romanzo, ma se così fosse, bisognerebbe prendere l'autrice Elizabeth Gilbert, gli sceneggiatori e il regista e fare loro del male fisico intraprendendo la via delle punizioni corporali quanto più celermente possibile.
Il capitolo del "mangia" relativo all'Italia è terrificante.
Possiamo spegnere il cervello, goderci il nulla e fregarcene. Oppure possiamo pensare. E pensiamo al perché far capire che siamo a Roma non con una panoramica delle innumerevoli bellezze e tesori della città, ma inquadrando Julia Roberts vicino ad un cartello con scritto "uscita". È terribile, non c'è nient'altro da dire, è già terribile così. Spiegatemi poi perché la donna che affitta la casa alla protagonista è siciliana. Voglio il perché di tutto questo e lo voglio adesso. Non è difficile: Roma, romani, Sicilia, siciliani. Non è che superata una certa età tute le donne d'Italia diventano delle matrone meridionali che parlano di "fimmine e famigghia". Ma scherziamo? Ma questo è solo l'incipit di una carrellata senza fine di luoghi comuni sull'Italia e sugli italiani da rizzamento dei peli.
La "filosofia del dolce far nulla" su ogni cosa per gli americani è l'essenza dell'Italia; noi ci godiamo la vita, razzoliamo per le strade senza nulla da fare e non pensiamo a niente altro se non a rimpinzarci. Chi è che non ha pensato che questa fosse un'assurdità!? Siamo un popolo che si esprime preferibilmente a gesti e parolacce; i ragazzi corrono dietro alle ragazze facendo versi e lanciando epiteti, oppure direttamente limonano spogliando le pulzelle in strada; e mangiamo sempre fino a scoppiare. Eh, sì, proprio così. Mangiamo anche il tacchino per colazione col caffè. Ah, sono le nove del mattino, mi godo una bella fetta di tacchino al forno pucciata nel caffelatte... ma siete impazziti?! Poi Elizabeth corre fino a Napoli per mangiare un bella pizza. Sì, avete capito bene: lei va a Napoli solo per mangiare una pizza, non per, magari, visitare la città e poi mangiare anche la pizza. Ma a Roma non le fanno? Oh, e l'inquadratura delle vie di Napoli? Imperdibile davvero con quella bella croce della farmacia col neon verde in primo piano.
Piena come una botte fino a scoppiare, Elizabeth intraprende il suo viaggio in India per "pregare" appunto. Qui tecnicamente dovrebbe esserci la fase dell'elaborazione del dramma, ma mi sono persa fra i soliti stereotipi, dialoghi e climax mancati per potermene accorgere. La permanenza in india si conclude con una bella voce fuori campo della protagonista che dice "Dio risiede in me, è in me" ...e proprio a quel punto arriva un elefente che le si avvicna e, ma tu guarda, ha un grosso cuore disegnato sulla testa... Ma proprio non ci siamo.
Capitolo dedicato al verbo "amare", chissà cosa potrà mai succedere! Sono curiosa, vediamo un po'.
Elizabeth torna a Bali dallo sciamano Ketut e avviene un incontro/scrontro con... ma che ve lo dico a fare, ovviamente col suo nuovo amore. Sopravvissuta, scopre che Felipe non è un pazzo omicida, ma un uomo tanto tenero e tanto caro col cuore spezzato da un matrimonio finito dieci anni prima, che piange quando deve salutare il figlio ed è tanto buono, tanto dolce e tanto caro e tanto bla bla bla... e loro passano il tempo a fornicare, leggere e ballare, mentre tu preghi che tutto abbia fine presto, che ci sia una svolta di quelle potenti, una svolta shakespeariana alla Romeo e Giulietta, ma niente.
Superata l'infiammazione alla vescica dovuta a troppa "attività" e una colletta per la sua amica guaritrice, scopriamo che la povera Elizabeth ha ancora paura di amare, non vuole perdere se stessa, il suo equilibrio, che ha riconquistato con tanta fatica, oh, mamma mia, sparatele e facciamola finita! Felipe le confessa di amarla e di volere una vita con lei, ma lei ha paura e che fa? Lo pianta.
Pronta a ripartire per New York, sono solo le parole dello sciamano a fermarla: "Perdere equilibrio per amore fa parte di vita equilibrata". Lei allora torna subito da lui e siamo tutti felici. Yeeeh...
L'idea in sé non è male, il problema è che il film è fatto male. Non provo alcuna empatia, alcun sentimento per la protagonista. Oltretutto non è una cosa tuto sommato fattibile per la maggiorparte delle persone. Ma chi se lo può permettere di prendersi un anno per viaggiare per il mondo? E con quali soldi? Beata te che puoi viaggiare, cara Elizabeth. Noi persone normali affrontiamo la fine di una relazione continuando a fare la vita di sempre... sperando di non incappare in un film mediocre come questo.
Altre recensioni:
mangia prega ama recensione su everyeye.it
mangia prega ama recensione su cineblog.it
mangia prega ama recensione su mymovies.it
Info:
mangia prega ama scheda wikipedia
Protagonista del film, nel ruolo di Elizabeth Gilbert, è Julia Roberts, affiancata da Javier Bardem (da non confondere con l'americano Jeffrey Dean Morgan, anche se è difficile alquanto), James Franco, Billy Crudup e Richard Jenkins.
Godiamoci il trailer.
Ok, già dai primi 17 secondi avrei dovuto capire, se non tutto, almeno una buona parte del film, o almeno del genere. La solita commedia romantica con Julia Roberts. Il resto del trailer mi spiega tutto il resto del film, ma proprio tutto. E se non l'avessimo ancora capito, i primi minuti del film ce lo ribadiscono ancora una volta. Insomma tempo 10 minuti e sappiamo non solo cosa accadrà per tutta la durata della pellicola ma addirittura come e quale sarà il finale. Ora me ne posso pure andare, grazie.
E va bene, dopotutto è la solita commedia romantica con Julia Roberts, non un trattato di filosofia, prendiamola per quello che è e godiamoci due ore di...
No, non si può, abbiate pietà. Questo film è banale, mediocre, è talmente stupido melenso e... banale, tanto banale e vuoto che va oltre il concetto di banalità stesso. Come se non bastasse è pieno di luoghi comuni, di stereotipi.
Partiamo dall'inizio.
Elizabeth è una newyorkese bella, sposata, di successo, ma non è felice. Così, come detto dallo sciamano Ketut a Bali, iniziano a susseguirsi tutta una serie di fatti che la porteranno a viaggiare per tornare infine in Indonesia e incontrare ancora Ketut. Elizabeth divorzia, perde i suoi soldi, cerca un po' di vita in un altra relazione passeggera e poi parte. Dove va? A Roma. Perché? Per mangiare. Eh? Per mangiare. Ah, già, il film si intitola "Mangia prega ama". Via col primo verbo e abbuffiamoci!
Abbiamo faticato per superare i vari traumi del naufragio della relazione matrimoniale con il gusto amaro e fastidioso della lentezza, innaffiata dei più banali fra gli stereotipi degli sposalizi volti al termine, siamo dunque pronti per... mangiare.
Ora, io non so quanto il film sia fedele al romanzo, ma se così fosse, bisognerebbe prendere l'autrice Elizabeth Gilbert, gli sceneggiatori e il regista e fare loro del male fisico intraprendendo la via delle punizioni corporali quanto più celermente possibile.
Il capitolo del "mangia" relativo all'Italia è terrificante.
Possiamo spegnere il cervello, goderci il nulla e fregarcene. Oppure possiamo pensare. E pensiamo al perché far capire che siamo a Roma non con una panoramica delle innumerevoli bellezze e tesori della città, ma inquadrando Julia Roberts vicino ad un cartello con scritto "uscita". È terribile, non c'è nient'altro da dire, è già terribile così. Spiegatemi poi perché la donna che affitta la casa alla protagonista è siciliana. Voglio il perché di tutto questo e lo voglio adesso. Non è difficile: Roma, romani, Sicilia, siciliani. Non è che superata una certa età tute le donne d'Italia diventano delle matrone meridionali che parlano di "fimmine e famigghia". Ma scherziamo? Ma questo è solo l'incipit di una carrellata senza fine di luoghi comuni sull'Italia e sugli italiani da rizzamento dei peli.
La "filosofia del dolce far nulla" su ogni cosa per gli americani è l'essenza dell'Italia; noi ci godiamo la vita, razzoliamo per le strade senza nulla da fare e non pensiamo a niente altro se non a rimpinzarci. Chi è che non ha pensato che questa fosse un'assurdità!? Siamo un popolo che si esprime preferibilmente a gesti e parolacce; i ragazzi corrono dietro alle ragazze facendo versi e lanciando epiteti, oppure direttamente limonano spogliando le pulzelle in strada; e mangiamo sempre fino a scoppiare. Eh, sì, proprio così. Mangiamo anche il tacchino per colazione col caffè. Ah, sono le nove del mattino, mi godo una bella fetta di tacchino al forno pucciata nel caffelatte... ma siete impazziti?! Poi Elizabeth corre fino a Napoli per mangiare un bella pizza. Sì, avete capito bene: lei va a Napoli solo per mangiare una pizza, non per, magari, visitare la città e poi mangiare anche la pizza. Ma a Roma non le fanno? Oh, e l'inquadratura delle vie di Napoli? Imperdibile davvero con quella bella croce della farmacia col neon verde in primo piano.
Piena come una botte fino a scoppiare, Elizabeth intraprende il suo viaggio in India per "pregare" appunto. Qui tecnicamente dovrebbe esserci la fase dell'elaborazione del dramma, ma mi sono persa fra i soliti stereotipi, dialoghi e climax mancati per potermene accorgere. La permanenza in india si conclude con una bella voce fuori campo della protagonista che dice "Dio risiede in me, è in me" ...e proprio a quel punto arriva un elefente che le si avvicna e, ma tu guarda, ha un grosso cuore disegnato sulla testa... Ma proprio non ci siamo.
Capitolo dedicato al verbo "amare", chissà cosa potrà mai succedere! Sono curiosa, vediamo un po'.
Elizabeth torna a Bali dallo sciamano Ketut e avviene un incontro/scrontro con... ma che ve lo dico a fare, ovviamente col suo nuovo amore. Sopravvissuta, scopre che Felipe non è un pazzo omicida, ma un uomo tanto tenero e tanto caro col cuore spezzato da un matrimonio finito dieci anni prima, che piange quando deve salutare il figlio ed è tanto buono, tanto dolce e tanto caro e tanto bla bla bla... e loro passano il tempo a fornicare, leggere e ballare, mentre tu preghi che tutto abbia fine presto, che ci sia una svolta di quelle potenti, una svolta shakespeariana alla Romeo e Giulietta, ma niente.
Superata l'infiammazione alla vescica dovuta a troppa "attività" e una colletta per la sua amica guaritrice, scopriamo che la povera Elizabeth ha ancora paura di amare, non vuole perdere se stessa, il suo equilibrio, che ha riconquistato con tanta fatica, oh, mamma mia, sparatele e facciamola finita! Felipe le confessa di amarla e di volere una vita con lei, ma lei ha paura e che fa? Lo pianta.
Pronta a ripartire per New York, sono solo le parole dello sciamano a fermarla: "Perdere equilibrio per amore fa parte di vita equilibrata". Lei allora torna subito da lui e siamo tutti felici. Yeeeh...
L'idea in sé non è male, il problema è che il film è fatto male. Non provo alcuna empatia, alcun sentimento per la protagonista. Oltretutto non è una cosa tuto sommato fattibile per la maggiorparte delle persone. Ma chi se lo può permettere di prendersi un anno per viaggiare per il mondo? E con quali soldi? Beata te che puoi viaggiare, cara Elizabeth. Noi persone normali affrontiamo la fine di una relazione continuando a fare la vita di sempre... sperando di non incappare in un film mediocre come questo.
Altre recensioni:
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mangia prega ama recensione su mymovies.it
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mangia prega ama scheda wikipedia
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